OGNI POLITICA DOVRA' PIEGARE LE GINOCCHIA DAVANTI ALLA MORALE.
IMMANUEL KANT

QUANTO E' BELLA GIOVINEZZA CHE SI FUGGE TUTTAVIA !
CHI VUOL ESSER LIETO SIA DI DOMAN NON V'è CERTEZZA

sabato 17 settembre 2016

GARIBALDI ED I GARIBALDINI

Volevo dire qualcosa su Garibaldi ma la morte di Ciampi ha mandato in secondo ordine il primo progetto.
Mi riprometto di postare una gradevole ricetta culinaria, ma nel frattempo ecco cosa mi ha spinto a scrivere qualcosa su Garibaldi.

Mi sono sempre chiesto come mai un manipolo di circa 850 bergamaschi garibaldini avessero potuto sconfiggere un esercito borbonico di oltre 15.000 soldati validamente equipaggiati. La risposta che mi son dato è che il tradimento con vile denaro e con promesse di latifondi avesse indotto i comandanti borbonici a lasciare il passo ai garibaldini etero guidati dagli esponenti autorevolissimi della massoneria inglese che finanziò armi, munizioni e flotta per far sbarcare a Marsala l’eroe dei due mondi. Ippolito Nievo era il Vice Intendente e gestore delle finanze garibaldine con le quali si comprarono i traditori borbonici. Il Rendiconto di questi episodi unitamente alle ricevute dei pagamenti vennero portati  da Ippolito Nievo sulla nave Ercole, nave a vapore ed a vele che il  4 marzo 1861 salpò da Palermo alla volta di Napoli. Il Rendiconto conteneva notizie che non dovevano essere svelate e che dimostravano senza dubbio alcuno l’ingerenza del governo inglese nella caduta del Regno delle due Sicilie.
Alla partenza della nave da Palermo il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi inglesi, aveva cercato di dissuadere Nievo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il Vice Intendente ignorò il criptico avviso dell’annunciata prima strage di Stato dell’Italia unita.
La nave salpò e nei pressi di Napoli saltò in aria per via di un’esplosione delle caldaie! Con l’inabissamento dell’Ercole perirono 79 persone e andò distrutto il prezioso rendiconto. I piemontesi, bersaglieri e carabinieri si distinsero per crudeli rappresaglie nei confronti delle popolazioni meridionali, ma di questo non voglio parlare, voglio invece mettere in evidenza il valore militare e morale di Giuseppe Garibaldi le cui conquiste furono enormemente facilitate da elargizioni di denaro.
Detto questo vi invito ad acquistare e leggere il libro scritto a Pino Aprile – CARNEFICI che tratta delle inaudite violenze documentatissime inflitte alle popolazioni meridionali dai nuovi conquistatori nordisti. Anziché fare il riassunto di una pagina iniziale del suddetto libro ve ne riporto un pezzo dal quale si evince chiaramente la statura di Don Peppino nazionale sistemato a cavallo su molti piedistalli nelle italiche piazze.
Vi faccio però una domanda: se un cittadino ottiene un consistente prestito da una banca e non lo restituisce avendone i mezzi lo considerate un galantuomo oppure un truffatore? Se un cittadino avalla un prestito concesso da una banca ad un suo parente stretto e poi non fa fronte all’impegno assunto, è sempre un galantuomo oppure un lestofante? Ora la risposta che darete risalta le qualità morali del nostro Don Peppino a cavallo !!!|


 Da  “”””Pino Aprile  -  CARNEFICI “”””

Il patriarca di Cosa Nostra, Joe Bonanno, narra che il nonno e i suoi picciotti seguirono Garibaldi perché fu loro garantito di poter «condurre più liberamente i propri affari» (a proposito di patti Stato-mafia...); lo stesso Garibaldi, già condannato dal regno di Sardegna alla «pena di morte ignominiosa come nemico della patria e dello Stato», in fuga dalla fallita insurrezione romana del 1849, accettò dal Piemonte un compenso di lire 300 mensili, «con un anticipo di 1.200 lire integrate da altre 1.000 prima della partenza per Gibilterra», scrive Gennaro De Crescenzo, in Contro Garibaldi. Siamo vissuti con il mito dell’eroe che, conquistato un regno, lo consegna e se ne parte per la sua isola, Caprera, con un sacchetto di fagioli. Be’, intanto l’isola se l’era comprata e "ammiratori” inglesi gli avrebbero regalato la parte ancora non sua, poi, il professor Alfonso Scirocco, riferisce De Crescenzo, che ne fu allievo, racconta della «notevole somma» che, «assegnata riservatamente da Vittorio Emanuele» a Garibaldi, «avrebbe consentito la costruzione di una nuova casa a Caprera all’indomani dell’unificazione, con una trentina di dipendenti, 500 capi di bestiame, orti, stalle, magazzini, macchine a vapore, mulini, giardini e vere e proprie strade», e pochi anni dopo, «un nuovo veliero di 42 tonnellate arricchì la sua flottiglia» (a voler parlar male di Garibaldi: sicuro che nel sacchetto ci fossero fagioli e non altro?). Mentre Guido Vignelli e Alessandro Romano, in Perché non festeggiamo l'Unità d'Italia, dopo aver elencato le razzie del sacco di Napoli, a opera del nizzardo e dei suoi uomini, gettano un’ombra pesante su una stranezza del Risorgimento: perché tutti gli Stati preunitari vennero invasi e annessi e la Repubblica di San Marino no? E citano «frequenti viaggi che il Crispi \generale garibaldino che preparò l'invasione della sua Sicilia, con Rosolino Pilo e Giovanni Corrao; poi fu il primo non settentrionale capo di governo italiano, dopo 25 anni di Unità, N.d.A.] ed i figli di Garibaldi fecero allora nella Repubblica di San Marino» e che «aprono un panorama nuovo ed una serie di interessanti ipotesi sull’impiego dell'oro e delle valute sottratte alle casse dell’ex Regno delle Due Sicilie. D’altra parte, la storia ufficiale non è riuscita a giustificare in modo inconfutabile come e perché le truppe piemontesi di invasione non abbiano annesso l’antica repubblica del Monte Titano al nuovo Regno d’Italia. Furono forse clienti di quelle banche che solo di recente sono rientrate sotto il controllo internazionale, oppure furono addirittura tra i fondatori di uno o più istituti di credito?». L’idea di un paradiso fiscale a portata di mano, per gli unificatori del Paese suona almeno sorprendente (se volessi infierire, ricorderei come si regolava con il fisco, l’eroe dei due mondi: nell’archivio del Monte de’ Paschi di Siena, si conserva una sua lettera manoscritta del 1875: «Egregio esattore, mi trovo nell’impossibilità di pagare imposte», firmato, Giuseppe Garibaldi. Al Banco di Napoli andò peggio, perché don Peppino fece da garante a un figlio per un prestito salatissimo e sulla parola; e non pagarono né l’uno, né l’altro). Ma se il possibile paradiso fiscale è risparmiato da chi potrebbe eliminarlo, la prima cosa che viene in mente è che gli serva così com’è... Nessuno può affermare che le cose stiano così, perché non lo si può dimostrare, ma la stranezza, come vedete, genera domande.

Compratevi il libro e sappiate che ogni fatto è documentato analiticamente attraverso documenti ufficiali e diari di combattenti e reduci delle campagne militari e no dell’epoca.

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